da Lewis Carrol
con Romina Mondello
e con Salvatore Rancatore, Giulia Galiani, Odette Piscitelli
Regia di MATTEO TARASCO
“Alice” non è uno spettacolo per bambini. Se i libri di “Alice” hanno acquisito la certezza dell’immortalità, questo è perché continuano ad essere letti e gustati dagli adulti. I bambini a volte si trovano disorientati dall’atmosfera “dark” dei sogni di Alice. Lewis Carroll, con il rigore del matematico, e lo scrupolo di un chierico, ci conduce in un viaggio nel profondo dell’animo umano, ove le contraddizioni più aspre si fondono, per restituire un’immagine del mondo vividamente controversa. Un mondo di meraviglie osservato attraverso lo specchio della propria coscienza, che sempre ci restituisce un’immagine distorta e traslata dell’essere.
Lo spettacolo ci ricorda che Alice potrebbe Lo spettacolo ci ricorda che Alice potrebbe essere la sorella di Amleto: lo specchio rappresenta un confine, al di là del quale tutti noi possiamo credere di essere o di non essere principi, re e regine. Se Amleto scappa e si rifugia e nella finzione della follia, Alice scappa e si rifugia nella follia della finzione, dove tutto può essere o non essere, ma nulla è un problema, bensì un enigma, che altro non è che un problema senza soluzione, come gli indovinelli del Cappellaio Matto, come gli interrogativi del principe di Danimarca.
La scena è la stanza di Alice nel Manicomio di Wonderland, una vecchia stanza abbandonata, un fetido rimasuglio dell’epoca vittoriana, che lo spettatore scruterà attraverso il pavimento sfondato del piano superiore, in una prospettiva distorta: la parete di fondo della scena è il pavimento della stanza, che è al contempo il luogo dove il male di vivere fa risuonare le proprie urla, nonché il regno di una creatura speciale che vede al di là delle cose che si vedono.